Viviamo in un tempo paradossale: mai i genitori sono stati così presenti, attenti, informati. Eppure, mai come oggi appaiono così disorientati.
Nella quarta rivoluzione tecnologica, i bambini crescono dentro un mondo iperconnesso, veloce, saturo di stimoli. Sono costantemente osservati, accompagnati, protetti. Eppure qualcosa sembra mancare: la capacità di affrontare la fatica, il limite, la frustrazione.
Non è una questione di amore.
Molte famiglie sono fragili non perché amino poco, ma perché hanno pochi strumenti educativi per orientarsi.
Famiglie fragili, adulti incerti
La fragilità educativa di oggi nasce spesso da un equivoco: l’idea che amare significhi evitare ogni sofferenza.
Si protegge, si anticipa, si interviene. Si cerca di non far provare disagio, di non deludere, di non creare conflitto. Ma un’educazione senza attrito rischia di diventare un’educazione senza direzione.
Uno degli strumenti più difficili – e più necessari – è la capacità di dire “no”.
Non un no umiliante o imposto con rabbia, ma un no fermo, coerente, spiegato. Un no che resta. Perché i bambini non hanno bisogno di regole perfette, ma di confini chiari.
La ricerca psicologica lo conferma da tempo: come evidenziato da Diana Baumrind, lo stile educativo più efficace è quello autorevole, capace di unire calore e fermezza.
Educare alle emozioni (non evitarle)
Un altro nodo centrale riguarda le emozioni.
Oggi si parla molto di benessere emotivo, ma spesso lo si confonde con l’assenza di emozioni negative. In realtà, crescere significa imparare ad attraversarle.
Dire a un bambino “calmati” non basta. Occorre insegnargli come farlo.
Dare un nome a ciò che prova (“sei arrabbiato”), legittimarlo senza cedere a tutto (“puoi esserlo, ma non puoi fare male”), accompagnarlo nel tempo della trasformazione. È così che si costruisce quella competenza che Daniel Goleman ha definito intelligenza emotiva.
Il valore dimenticato della frustrazione
C’è poi un grande assente nell’educazione contemporanea: la frustrazione.
Aspettare, perdere, sbagliare, annoiarsi. Tutte esperienze sempre più rare, perché l’adulto interviene prima che il bambino le incontri davvero.
Eppure è proprio lì che si costruisce la resilienza.
Come ricordava Winnicott, lo sviluppo passa attraverso frustrazioni “sufficientemente buone”: non traumatiche, ma necessarie.
Senza queste esperienze, il rischio è crescere senza strumenti per affrontare la realtà.
Bambini protetti, ma meno preparati
Il risultato è evidente: bambini sempre più tutelati, ma sempre meno pronti.
Si negozia ogni regola, si giustifica ogni comportamento, si evita il conflitto. Il “no” diventa raro, quasi imbarazzante.
Eppure è proprio quel “no” che costruisce sicurezza. Che orienta. Che permette di riconoscere l’altro.
I bambini non hanno bisogno di genitori perfetti, ma di adulti solidi. Non di amici compiacenti, ma di guide affidabili.
Una responsabilità che va oltre la famiglia
Il tema, però, non riguarda solo i genitori.
Anche la scuola vive una tensione simile: da un lato è chiamata a educare, dall’altro vede spesso messa in discussione la propria autorevolezza. Senza un patto educativo tra adulti, il bambino riceve messaggi contraddittori e perde punti di riferimento.
E poi c’è il contesto più ampio.
Viviamo in una società che esalta il piacere immediato, la soddisfazione rapida, il successo individuale. Tutto è orientato al “subito”. Ma una cultura che evita la fatica e rimuove il limite rischia di generare fragilità.
Come osserva Zygmunt Bauman, nella modernità “liquida” i punti fermi si dissolvono, e con essi anche la capacità di costruire identità solide.
Il coraggio di non piacere sempre
Dire “no” non è negare amore.
È una delle sue forme più profonde.
Significa credere che un bambino sia capace di tollerare una delusione, di imparare da un errore, di aspettare. Significa prepararlo alla vita, non proteggerlo da essa.
In un mondo dove tutto è immediato e negoziabile, il limite diventa un gesto controcorrente. Ma è proprio lì che si gioca la qualità dell’educazione.
Non servono genitori perfetti
Non servono tecniche perfette.
Servono atteggiamenti quotidiani:
fermezza
ascolto
coerenza
responsabilità
Servono adulti capaci di esserci davvero, di reggere il conflitto, di offrire presenza autentica e esempio concreto.
Una scelta educativa (e culturale)
Educare non è evitare ogni dolore, ma accompagnarlo.
Non è spianare la strada, ma insegnare a camminare.
Anche quando si inciampa.
Il limite, quando è dato con amore e coerenza, non chiude: orienta.
Non ferisce: costruisce.
Non allontana: fa crescere.
E oggi, più che mai, serve il coraggio di riscoprirlo.
Paola Sau
Il Parlamento francese ha approvato un disegno di legge che vieta l’accesso ai social media ai minori di 15 anni per tutelarne la salute. Scrive il presidente francese in un messaggio pubblicato su X, annunciando che ''affinché questo divieto sia effettivo già da settembre, ho chiesto al governo di attivare la procedura accelerata. Perché il cervello dei nostri bambini - avverte Macron - non è in vendita: né alle piattaforme americane, né alle reti cinesi. Perché i loro sogni non possono essere dettati dagli algoritmi”.
Se il provvedimento otterrà anche il via libera del Senato, la Francia sarà il primo Paese europeo ad adottare una misura di questo tipo, seguendo l’esempio dell’Australia e di alcuni Stati americani. Un tema che riaccende il dibattito su bambini, adolescenti e uso dei social.
A commentare questa scelta nel corso della trasmissione Fahrenheit di radio tre (puntata di mercoledì 28 gennaio 2026) è Marco Gui, docente di Sociologia dei media all’Università di Milano-Bicocca e coordinatore del Centro di ricerca Benessere Digitale, impegnato da anni nello studio dell’impatto delle tecnologie sulla qualità della vita.
Perché un divieto può avere senso
Secondo Gui, il ricorso a un divieto va letto all’interno di una logica democratica: “Lo Stato interviene quando c’è una sproporzione di forze tra gli attori in campo e quando i cittadini, da soli, non riescono a cambiare comportamenti che danneggiano il bene collettivo”.
Nel caso dei minori e dei social media, entrambe queste condizioni sono presenti. Le piattaforme utilizzano tecniche psicologiche sofisticate per trattenere l’attenzione, particolarmente efficaci su bambini e preadolescenti. Allo stesso tempo, per le famiglie è molto difficile opporsi individualmente: vietare l’accesso significa spesso esporre i figli al rischio di esclusione dal gruppo dei pari.
È questo, spiega Gui, il motivo per cui molti genitori giudicano dannoso l’uso precoce dei social, ma finiscono comunque per consentirlo. Il caso australiano sarà osservato con attenzione: anche se il divieto è tecnicamente aggirabile, potrebbe produrre benefici sul lungo periodo, soprattutto posticipando l’età di ingresso nel mondo dei social.
I rischi per il benessere di bambini e ragazzi
Le preoccupazioni principali riguardano tre ambiti: i contenuti, l’iperstimolazione e i danni fisici. Quest’ultimo aspetto include problemi legati al sonno, alla postura e alla sedentarietà.
Ma è soprattutto l’iperstimolazione continua a rappresentare una novità rispetto al passato: notifiche, messaggi e video interferiscono costantemente con le attività quotidiane, dallo studio alle relazioni familiari.I
La diminuzione della concentrazione a scuola è tra le maggiori difficoltà che gli insegnanti evidenziano negli alunni, le maggiori fatiche nelle relazioni, la crescita del malessere psicologico tra i ragazzi e il peggioramento dei risultati in lettura e matematica, emerso anche dalle rilevazioni INVALSI, sono indicatori che suscitano allarme e urgenza di interventi normativi ma sopratutto educativi.
Le ricerche mostrano che con l’arrivo degli smartphone è diminuito il tempo trascorso a parlare in famiglia. Si crea così una condizione di “connessione permanente”, in cui l’attenzione è continuamente catturata da stimoli progettati per distrarre e trattenere l’utente. Una situazione che riguarda non solo i più giovani, ma anche gli adulti.
Dall’entusiasmo iniziale alla disillusione
Secondo Gui, il cambio di prospettiva nasce anche dalla fine dell’entusiasmo che aveva accompagnato la diffusione di internet e dei social media. All’inizio si immaginavano grandi opportunità di democratizzazione e connessione. Oggi, pur riconoscendo che queste potenzialità esistono ancora, emerge la consapevolezza che qualcosa è andato storto.
I modelli di business aggressivi e la concentrazione del potere in poche piattaforme hanno trasformato internet in uno spazio sempre più “estrattivo”, dove il valore viene sottratto agli utenti. Un’evoluzione che contraddice la missione originaria della rete: connettere le persone e rafforzare le relazioni sociali.
Divieti, educazione e patti digitali
Per Gui, la risposta non può essere solo normativa. I divieti, se introdotti, devono essere accompagnati da un lavoro educativo e culturale. In Italia, ad esempio, l’educazione civica digitale è stata introdotta nel 2019, ma resta insufficiente sia per quantità sia per qualità.
Anche i genitori hanno bisogno di strumenti, formazione e spazi di confronto. È qui che entrano in gioco i “patti digitali”: accordi condivisi tra famiglie che decidono insieme regole sull’uso degli smartphone e dei social, soprattutto in età preadolescenziale.
Queste esperienze permettono di creare “zone protette” in cui la pressione sociale si riduce e diventa possibile rimandare l’accesso ai social, favorendo esperienze più coerenti con lo sviluppo dei ragazzi.
Verso una risposta europea
La questione è ormai all’attenzione delle istituzioni europee: l’Unione Europea ha chiesto un’azione comune per proteggere i minori online. La Francia si muove in questa direzione dopo aver già vietato l’uso degli smartphone nelle scuole primarie e medie, con l’obiettivo di contribuire a una politica condivisa a livello continentale.
Il dibattito resta aperto, ma una cosa appare chiara: la tutela del benessere digitale dei più giovani non può essere lasciata solo alle famiglie. Servono regole, educazione e alleanze sociali capaci di accompagnare bambini e adolescenti in un ambiente digitale più sano.
Paola Sau
Quando un bambino impugna la matita, non usa solo le dita.
Dietro a quel gesto ci sono spalla, gomito, polso, mano e dita che lavorano insieme in modo coordinato.
Per questo, prima ancora di chiedere “scrivi bene”, è importante costruire stabilità, controllo e precisione.
Ecco alcune indicazioni pratiche per sostenere questo sviluppo in modo naturale e giocoso.
Per scrivere bene, il bambino deve riuscire a stabilizzare il braccio e a muovere con precisione mano e dita.
Se questo controllo manca, si possono osservare:
polso piegato in modo scorretto
braccio sollevato dal tavolo
movimenti poco fluidi delle dita
l corpo cerca compensi perché manca stabilità.
La pesca con il bastone
Un bastone con una corda e una calamita per “pescare” oggetti e arrotolare il filo.
Staffette con trasporto
Portare oggetti su un vassoio o su una racchetta senza farli cadere.
Calcio da tavolo con mattarelli
Colpire una pallina su un tavolo, come in una partita.
Strizzare e travasare
Spugne bagnate, acqua, riso, farina: travasi e spremiture allenano molto il controllo.
Percorsi e piste
Far scorrere biglie o oggetti lungo percorsi costruiti.
Arrampicarsi e sospendersi
Scale, anelli, trapezi (ottimi anche per la spalla).
Tutte queste attività rinforzano il controllo del braccio in modo naturale.
Per scrivere, colorare o abbottonare, il bambino deve saper muovere le dita in modo preciso e indipendente.
Quando questa abilità è debole:
il tratto è impreciso
la presa è rigida
le attività manuali risultano difficoltose
La mano non lavora in modo “organizzato”.
Il “nido” nella mano
Tenere piccoli oggetti (ceci, palline, plastilina) dentro una mano.
Gioco dei dadi
Manipolare uno, poi più dadi insieme.
Il ragno sul tavolo
Muovere le dita tenendo il palmo sollevato.
Tagliare la plastilina
Con rotelle o piccoli strumenti.
Pittura con le dita o rullo
Stimola controllo e coordinazione.
Palline di carta con una mano
Poi ordinarle per grandezza.
Caccia agli oggetti al buio
Cercare piccoli oggetti in una scatola senza guardare.
Queste attività aiutano la mano a diventare più precisa e “intelligente”.
Il pollice è il protagonista della presa della matita.
Grazie alla sua opposizione (cioè alla capacità di toccare le altre dita), permette:
la manipolazione
la precisione
la stabilità della presa
Se è poco stabile o poco forte:
il bambino stringe troppo
la presa è rigida o laterale
il movimento è poco fluido
Pinze e pinzette
Raccogliere oggetti piccoli (cotone, pennarelli, perline).
Far girare trottole o monete
Ottimo per coordinazione fine.
Mollette
Attaccarle su cartoncini o scatole.
Contagocce
Trasferire acqua o colori goccia a goccia.
Nodi ed elastici
Tirare, infilare, avvolgere.
Ginnastica delle mani
Aprire, chiudere, alzare un dito alla volta.
Ombre cinesi
Gioco divertente e molto efficace.
Il pollice forte e stabile migliora direttamente la presa della matita.
Prima della scrittura c’è il corpo.
Prima del segno grafico c’è il movimento.
Un bambino che:
ha mani forti
controlla polso e gomito
muove bene le dita
sarà più pronto ad affrontare la grafomotricità senza fatica e con più sicurezza.
Non trasformare questi esercizi in “allenamento”.
Devono essere giochi, esperienze, occasioni di scoperta.
È nel piacere del fare che il bambino costruisce le competenze più solide.
Paola Sau
Lo sviluppo del linguaggio non è solo una questione di parole: è relazione, emozione, pensiero.
I bambini imparano a parlare dentro uno scambio vivo, fatto di sguardi, voce, ascolto.
Ecco alcuni suggerimenti pratici per accompagnarli in questo percorso.
Il primo passo non è insegnare parole, ma far venire voglia di usarle.
Se parlare diventa un’esperienza piacevole, il bambino sarà naturalmente motivato a comunicare. Usa il sorriso, il tono di voce, lo sguardo: fai sentire che parlare con lui è un momento speciale.
Il linguaggio nasce dove c’è relazione.
Abituati a raccontare ciò che fai, ciò che il bambino fa, ciò che accade intorno.
“Adesso mettiamo le scarpe”, “stai prendendo la palla”, “versiamo l’acqua nel bicchiere”.
Può sembrare banale, ma non lo è affatto. Il bambino impara le parole collegandole a esperienze concrete e familiari.
Più il linguaggio è legato alla realtà, più viene compreso e interiorizzato.
Spesso si ha fretta che il bambino parli. In realtà, la comprensione viene prima della produzione.
Aiutalo a capire:
usa frasi semplici ma complete
accompagna le parole con gesti naturali
mostra ciò che chiedi
Non avere paura di ripetere: la ripetizione è fondamentale.
Un bambino che comprende bene, parlerà meglio.
Prima delle parole ci sono i suoni.
Ogni vocalizzo, ogni tentativo del bambino è importante. Mostra interesse, imita i suoi suoni, rispondi.
Anche se non sono parole vere, sono passaggi fondamentali verso il linguaggio.
Più il bambino usa la voce, più sarà pronto a parlare.
Le correzioni dirette possono bloccare il bambino. Meglio usare una correzione indiretta.
Esempio:
bambino: “pappa acqua”
adulto: “Vuoi l’acqua? Ecco l’acqua!”
Accogli sempre ciò che dice, poi restituisci la frase corretta.
Il bambino impara senza sentirsi giudicato.
Quando il bambino parla, anche con poche parole, cogli l’occasione per arricchire il suo linguaggio.
Se dice: “cane corre”
puoi rispondere: “Sì, il cane corre veloce nel parco!”
Aggiungi dettagli, nuove parole, collegamenti.
Così aiuti non solo il linguaggio, ma anche il pensiero.
Non servono esercizi complicati.
Serve presenza, ascolto e relazione.
Parlare con un bambino non significa riempirlo di parole, ma costruire insieme un significato.
È in questo spazio condiviso che nascono:
il linguaggio
il pensiero
la relazione
Paola Sau
Nella quotidianità scolastica e familiare capita spesso di incontrare bambini “sempre in movimento”, distratti, impulsivi. È facile, oggi, associare questi comportamenti all’ADHD, ma non sempre è corretto — e soprattutto non è utile.
Prima delle etichette, viene l’osservazione. E soprattutto la comprensione.
Essere vivaci è normale, soprattutto nell’infanzia. Il movimento, la curiosità, l’energia sono segnali di crescita sana.
Un bambino vivace:
riesce a calmarsi se guidato
mantiene l’attenzione su ciò che gli interessa
si regola nel tempo (anche se con fatica)
modifica il comportamento se l’adulto interviene
Un bambino con difficoltà di autoregolazione invece:
fatica a fermarsi anche quando necessario
sembra “non riuscire” a controllarsi
passa rapidamente da un’attività all’altra
non tollera l’attesa o la frustrazione
fatica a rispettare regole anche se comprese
La differenza chiave non è “quanto si muove”, ma quanto riesce a regolarsi.
Ci sono segnali che, se persistenti nel tempo e presenti in più contesti (casa, scuola, sport), meritano attenzione.
non riesce a concentrarsi neppure per attività brevi
sembra “non ascoltare”
perde continuamente oggetti
fatica a portare a termine anche compiti semplici
interrompe continuamente
agisce senza pensare alle conseguenze
non riesce ad aspettare il proprio turno
risponde prima che la domanda sia finita
è sempre in movimento, anche in situazioni in cui non è adeguato
si alza continuamente
manipola oggetti senza sosta
fatica a stare seduto anche per poco tempo
si arrabbia facilmente
ha difficoltà nelle relazioni con i pari
può essere escluso o frainteso
bassa autostima (“non sono capace”, “vengo sempre sgridato”)
Campanello importante: quando questi comportamenti interferiscono con l’apprendimento, le relazioni e il benessere del bambino.
È importante chiedere un confronto quando:
i comportamenti durano da più di 6 mesi
sono presenti in più contesti
non migliorano con strategie educative coerenti
generano sofferenza nel bambino o negli adulti
È importante capire il funzionamento del bambino, lavorare sul positivo sulle abiltà presenti.
La Terapia neuropsicomotoria è uno strumento utile, soprattutto nei primi anni.
Autoregolazione (fermarsi, aspettare, modulare il comportamento)
Controllo motorio (dal movimento caotico a quello organizzato)
Attenzione sostenuta
Pianificazione dell’azione
Consapevolezza corporea
Attraverso il gioco, il corpo e la relazione, il bambino impara a “sentirsi” e a gestirsi.
Non si chiede al bambino di stare fermo.
Gli si insegna come arrivarci.
✔️ Dare regole chiare e poche
✔️ Usare routine prevedibili
✔️ Anticipare i cambiamenti (“tra 5 minuti si riordina”)
✔️ Rinforzare i comportamenti positivi
✔️ Evitare urla e punizioni continue (aumentano la disorganizzazione)
✔️ Proporre attività di movimento strutturato (non solo “sfogo”)
✔️ Suddividere i compiti in piccoli passi
✔️ Dare consegne brevi e chiare
✔️ Usare supporti visivi
✔️ Alternare attività sedute e movimento
✔️ Posizionare il bambino vicino all’insegnante
✔️ Usare segnali concordati (non solo richiami verbali)
✔️ Rinforzare subito i comportamenti adeguati
✔️ Prevedere pause attive
Funziona meglio una strategia preventiva che continui richiami correttivi.
Dietro un bambino iperattivo non c’è un bambino “che non vuole”, ma spesso un bambino che:
non sa ancora regolarsi
fatica a organizzare il proprio comportamento
ha bisogno di strumenti, non solo regole
Non tutti i bambini vivaci hanno un disturbo, ma alcuni bambini in difficoltà rischiano di essere fraintesi come “solo vivaci”.
La differenza la fa lo sguardo dell’adulto.
Osservare, comprendere e intervenire precocemente significa offrire al bambino la possibilità di sviluppare competenze fondamentali per til suo armonico sviluppo.
Paola Sau
Ricordi, profumi, suoni.
1970, io una piccola remigina, grembiule bianco, fiocco blu, cartella di colore pendant col nastro annodato. Non fui però remigina e varcai la soglia dell’aula molto dopo il primo ottobre.
Settembre tempo d’oro per la raccolta del boleto dal piede rosso, il nonno suo appassionato cercatore, mi recava con sé a rovistare tra le foglie alla ricerca del pregiato porcino, il ferée.
Magnifico il suo gambo rosso che al taglio vira al blu, viola e verdastro.
Un pomeriggio, nonno alla guida, mamma, zia, sorella e io, stipati sulla cinquecento azzurra, torniamo dalla montagna, mi lasciano sul ciglio della strada accanto al negozio della signora Giulia, la mamma mi ha detto di comprare qualcosa, di far segnare sul libretto e poi “ chiedi alla signora Giulia di farti attraversare la strada, come sempre”.
Non rammento cos’è quel qualcosa che devo comprare perché, e questo ben lo ricordo, mentre la mamma mi dava istruzioni per la spesa, io pianificavo di attraversare la strada da sola, andare a casa, è appena di fronte al negozio, cambiarmi quegli stivaletti bianchi di gomma, così sporchi di terra, dei quali mi vergognavo e con i quali non potevo certo entrare in negozio.
Così feci e … un lampo e poi fu tutto nero.
La mamma, dall’altro lato della strada non aveva ancora varcato la soglia di casa, si voltò e vide a terra il vestitino azzurro con le coccinelle.
Per mia fortuna finí bene: qualche ammaccatura e una cicatrice, per ricordo, sul sopracciglio.
Per questo non fui remigina ed è forse per questo che ho impresso nella memoria il primo giorno di scuola, l’abbecedario appeso alla parete: ape, erba, oca, imbuto, uva.
Il quaderno piccolo, formato A5, il profumo della carta, il suono ruvido della matita sulla pagina, le aste, gli occhielli e le cornicette.
Scrivere in corsivo, la mano timida e rigida un po’ dolorante ma poi la soddisfazione, il piacere di scivolare lisci su foglio e vedere come viene.
Un ricordo, uno spunto per riflettere sul significato dell’apprendimento della scrittura a mano, oggi, nei bambini che vivono il modo digitalizzato.
Sono sempre più gli studi sull’impatto che le tecnologie hanno sullo sviluppo delle competenze e abilità nei bambini. La bussola che orienta e indica l’orientamento da seguire non è demonizzare o enfatizzare la tecnologia in generale ma, a mio modesto avviso, operare per il benessere digitale delle bambine e dei bambini accompagnandoli alla scoperta del digitale nel rispetto del loro sviluppo cognitivo ed emotivo.
Uno studio norvegese del gennaio 2024 ha indagato le possibili implicazioni sul cervello umano in correlazione al progressivo ridursi della scrittura tradizionale a mano sempre più sostituita dalla scrittura digitale.
Da questa ricerca sulle reti neurali del cervello, che ha messo a confronto la scrittura a mano con quella digitale, è emerso che:
quando si scrive a mano le informazioni visive e dei movimenti della mano, controllati con precisione, aumentano maggiormente la connettività fra diverse aree del cervello
questa maggior connettività è essenziale per la memoria e la codifica delle informazioni
Per cui la scrittura a mano non è archiviabile come sterile esercizio motorio, ma:
supporta l’apprendimento in generale
migliora l’ortografia
potenzia la capacità di ricordare
La scrittura a mano è una fondamentale abilità sensomotoria che richiede anni per svilupparsi. È un processo di apprendimento complesso che coinvolge aspetti cerebrali, neurologici e di sviluppo fisico.
È assodato che gli apprendimenti più efficaci, che favoriscono crescita ed evoluzione armonica, sono veicolati da:
il corpo
l’esperienza
la sensorialità
Per scrivere è necessario:
avere una buona motricità fine
allenare gesti piccoli delle dita
sperimentare la manualità
Queste abilità hanno una positiva ricaduta sulla grafomotricità.
L’apprendimento della grafia procede per diverse tappe, fra le prime vi sono:
il controllo posturale
la prensione della matita
le abilità visuo-percettivo spaziali
l’orientamento corretto delle lettere
i segni di legatura
Un efficace allenamento e un’adeguata automatizzazione del gesto grafico si ripercuotono positivamente anche su:
articolazione del pensiero
capacità logica
capacità associativa
Insegnare a scrivere a mano e in corsivo, attraverso il potenziamento di funzioni importanti come:
attenzione
concentrazione
memoria
astrazione
contribuisce anche al miglioramento della qualità di ciò che i bambini scrivono.
Molte funzioni e competenze sensoriali, visive, motorie e cognitive sono coinvolte nella scrittura manuale; molte meno quelle necessarie nella scrittura digitale, che richiede gesti semplificati e ripetitivi.
Dagli studi è emerso che si impara più rapidamente e facilmente:
le lettere che scriviamo a mano
rispetto a quelle digitate sulla tastiera
È importante promuovere nei bambini fin da piccoli tutte quelle esperienze propedeutiche alla scrittura, per favorire la connettività neuronale e l’apprendimento di più competenze.
Insegnare a scrivere in corsivo:
non significa insegnare “all’antica”
non significa escludere il digitale
Significa essere consapevoli e scegliere ciò che ha il miglior effetto sull’apprendimento, nel giusto contesto.
Scrivere è un gesto complesso che incomincia da lontano, un gesto carico di emozione e intelligenza che non si può disgiungere dal pensiero.
Come è già stato detto, non ricordo da chi:
“scrivere è pensiero”
Non possiamo trascurare questo apprendimento, che rimane la più sofisticata prassia che possediamo ed è ancora il mezzo principale usato a scuola.
È stato pubblicato, nel mese di marzo di quest’anno, il documento per l’avvio della fase di consultazione della bozza per le nuove indicazioni nazionali per il curricolo della scuola dell’infanzia e del primo ciclo, che andranno a sostituire, dall’anno scolastico 2026/2027, quelle del 2012.
A pagina 13 compare il paragrafo:
Viene riconosciuto il valore dell’apprendimento della scrittura in corsivo, ma risulta, a mio parere, fuorviante contrapporre questo apprendimento all’uso delle tecnologie.
L’uso delle mani è cambiato nel tempo. Oggi i bambini hanno meno occasioni di fare esperienze manuali:
bottoni sostituiti da cerniere
lacci sostituiti dal velcro
coltelli considerati pericolosi
merende già aperte
giochi manuali fuori moda
A scuola:
pennarelli troppo grandi
poche matite
strumenti limitati per sperimentare
Sempre più spesso le mani: digitano su dispositivi
oppure restano inattive davanti agli schermi
Il punto non è:
nuove tecnologie vs giochi di una volta
Ma:
✔ non perdere abilità manuali raffinate
✔ mantenere strumenti fondamentali per l’apprendimento
Avere cura dell’apprendimento della scrittura significa anche ridurre il numero di bambini etichettati come disgrafici quando non lo sono.
Spesso le difficoltà derivano da:
un mancato insegnamento adeguato
Le linee guida DSA (2022) indicano che:
la valutazione riguarda il corsivo
la diagnosi è possibile solo dopo la classe terza primaria
Serve quindi cautela nei primi anni.
Dobbiamo aiutare le bambine e i bambini a scriverare, a imparare a scrivere gradualmente e con piacere, partendo da lontano:
movimento globale
motricità fine
gioco motorio
manipolazione
e solo dopo… dare la matita in mano.
Scriverare è la parola inventata da mia figlia Viola quando, da piccola, incominciava a divertirsi con matite, colori e pennelli.
Scriverare fa rima con:
giocare
inventare
sognare
È ciò che faceva mentre scopriva il piacere di lasciare tracce:
su un foglio bianco
su un vetro appannato
nello specchio
Sono affascinanti i bambini quando, alle prese con il linguaggio:
lo trasformano
lo manipolano
inventano parole
Creano parole magiche, concrete, profondamente legate alle esperienze che vivono.
Paola Sau